Questo portale non gestisce cookie di profilazione, ma utilizza cookie tecnici per autenticazioni, navigazione ed altre funzioni. Navigando, si accetta di ricevere cookie sul proprio dispositivo. Visualizza l'informativa estesa.
Hai negato l'utilizzo di cookie. Questa decisione può essere revocata.
Hai accettato l'utilizzo dei cookie sul tuo dispositivo. Questa decisione può essere revocata.

La città Messapica

Come molti altri centri del Salento (Oria, Mesagne, Cavallino, Nardò, Ugento, Castro, Otranto, Vaste, Soleto, Alezio) anche Muro Leccese si è sviluppato al di sopra di una cinta messapica.

 

Pagina iniziale

Indice:

Pianta dell'abitato di Muro Leccese nei primi decenni del 1900
Contributi
Liliana Giardino
Mario Lombardo
Salvatore Negro


Fotografie
Teresa Oda Calvaruso
Emma Capurso
Liliana Giardino
Francesca Mastria


 Rilievi
Valentina Liuzzi
Cesare Raho


Ricostruzione in 3D
Francesco Gabellone
 

Presentazione

Come molti altri centri del Salento (Oria, Mesagne, Cavallino, Nardò, Ugento, Castro, Otranto, Vaste, Soleto, Alezio) anche Muro Leccese si è sviluppato al di sopra di una cinta messapica. Fino agli anni '30 del 1900, l'abitato è stato di modeste dimensioni e i suoi edifici occupavano solo un settore centrale e molto limitato dell'abitato antico (fig. 4).
Nei decenni successivi, e in particolar modo in quelli più recenti, Muro ha conosciuto un'espansione rapida ed estesa che si è posta in un rapporto conflittuale e distruttivo con le testimonianze della sua storia più antica. Continui interventi edilizi hanno portato, soprattutto sui lati occidentale e meridionale, alla cancellazione dei resti archeologici ritrovati, purtroppo senza nessuna documentazione, grafica o fotografica, dello loro testimonianza.
Le perdite maggiori subite dalla collettività murese in questo periodo sono state indubbiamente la demolizione dei lati occidentale e meridionale della cinta muraria del IV secolo a.C. (fino ad allora conservati con la stessa monumentalità che oggi vediamo nelle località di Sitrie e Palombara, a nord e a est di Muro), e lo scavo "clandestino" di molte tombe, i cui corredi sono andati completamente dispersi prima di qualsiasi forma di registrazione. Anche l'Attività di tutela svolta dall'allora Soprintendenza Archeologica della Puglia ha potuto soltanto raccogliere, e non in tutte le occasioni, brevi testimonianze di quanto veniva di volta in volta distrutto dai lavori edilizi, mentre una totale assenza di comunicazione e di diffusione esterna dei dati raccolti ha di fatto ostacolato la formazione e la crescita di una memoria storica tra i cittadini muresi.

A partire dagli anni '80 l'Amministrazione Comunale di Muro Leccese ha deciso di stabilire un rapporto diverso con quella città messapica che rappresenta il momento più antico della sua storia urbana, puntando soprattutto all'acquisizione di alcuni settori dell'abitato antico, non ancora interessati dall'espansione edilizia moderna, e al loro inserimento nel tessuto culturale, economico e urbanistico della città, come testimonianze 'affioranti' del patrimonio storico racchiuso nel sottosuolo.
A tal fine, dal 1982 al 1998 sono state acquisite al patrimonio comunale diverse aree archeologiche in località "Sartina", "Palombara" e "Cunella", per una superficie complessiva di circa 20.000 mq ed alcuni tratti di mura messapiche lunghi circa 2000 metri.

Il secondo passo del nuovo percorso intrapreso dall'Amministrazione Comunale di Muro Leccese è stato la stesura di un Protocollo di Intesa con la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia e il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Lecce. Siglato nel 1999 esso è finalizzato ad una indagine sistematica e completa delle aree archeologiche di proprietà comunale, affidata alla Soprintendenza con la collaborazione del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Lecce.
Fino ad oggi (novembre 2002) sono state realizzate tre campagne di scavo, cui ha partecipato un folto numero di laureati e di studenti dell'Università di Lecce, sotto il coordinamento scientifico della prof.ssa Liliana Giardino, titolare della cattedra di Urbanistica del mondo classico.
La prima campagna (2000) ha interessato il lato nord delle mura, in località Sitrie, le altre due (2001 e 2002) il quartiere urbano antico di località Cunella. Incontri promossi dal Comune al termine di ogni campagna di scavo hanno reso partecipi i cittadini di Muro delle novità emerse dagli scavi e dei frammenti di storia che questi ultimi vanno ricostruendo.
A tutte le campagne di scavo, sostenute anche finanziariamente dall'Amministrazione Comunale, hanno dato un contributo essenziale un gruppo qualificato di "Lavoratori Socialmente Utili".

Il terzo passo è la salvaguardia di queste importanti testimonianze del passato e il loro inserimento nel quotidiano murese attraverso la creazione di alcuni parchi archeologici. Progetti in tal senso sono stati già presentati e finanziati dalla Regione. Essi riguardano non soltanto la città messapica, ma un percorso storico molto ampio che interessa tutti i momenti più importanti della storia urbana di Muro Leccese e che sarà sintetizzato con la realizzazione di un Museo della città all'interno del Palazzo del Principe.

E' in questa ottica di conoscenza del proprio passato e di comunicazione delle attività intraprese che si è pensato di dare una nuova diffusione al volume di Pasquale Maggiulli, uno dei pochi ricercatori e difensori della storia più antica di questa città, insieme al padre Luigi. I risultati che emergono dalla ricerche più recenti, e sinteticamente presentati in questo volume, confermano le ipotesi da lui proposte quasi un secolo fa e ne riconoscono le grandi capacità di studioso.

Arch. Salvatore NEGRO
Sindaco di Muro Leccese

 

Contributi - Mario Lombardo

Prefazione allo studio di Pasquale Maggiulli Sulla distruzione di un'anonima città messapica

E' solo da ammirare la sobria lucidità con cui Pasquale Maggiulli impostava – e, in qualche modo, risolveva - in questo breve ma denso opuscolo del 1922 uno dei problemi centrali, forse il più appassionante, della storia della città antica vissuta sul sito dell'attuale Muro Leccese. Una città di cui restavano (e restano) imponenti resti archeologici – dell'ampia cerchia muraria in primo luogo, ma anche di tombe, necropoli, aree di abitato e luoghi di culto – a testimoniarne l'importanza, ma di cui non risultava (e non risulta) possibile trovare alcuna notizia nelle fonti antiche: nemmeno il ricordo del suo nome.
Partendo proprio di qui, dal problema del silenzio delle fonti sulla "città delle grandi mura", Maggiulli si rifiutava di cedere alla tentazione campanilistica – tipica di tanta erudizione antiquaria locale contemporanea – avventurandosi in ipotetiche, quanto gratuite, identificazioni con questo o quel centro antico menzionato da Plinio o Strabone e di incerta ubicazione sul territorio. Così come si rifiutava di "inventare" un passato mitico-leggendario per l'antica e anonima città. Al contrario assumeva correttamente questo silenzio delle fonti come un "dato", da leggere – e da spiegare – alla luce di quegli altri dati relativi alle origini e alla vita dell'insediamento ricavabili da un esame complessivo della cospicua documentazione archeologica restituita già ai suoi tempi dal sito di Muro Leccese, e in particolare dalla stratigrafia che egli stesso aveva potuto riconoscere sul terreno grazie a un intervento di scavo.
Da tale esame emergeva chiaramente, allo sguardo attento del Maggiulli, l'estrema povertà delle testimonianze archeologiche relative all'età romana, tardo-antica e alto-medievale, in confronto con la dovizia di quelle relative alle età precedenti, e specialmente a quella messapica.
Egli ne traeva la giusta conclusione che l'antica città esistente sul sito di Muro doveva esser stata distrutta in maniera radicale e definitiva, non, come sostenuto dagli eruditi locali, in piena età medievale, bensì in un'epoca anteriore all'affermarsi del "pieno dominio dei Romani in Terra d'Otranto" (p. 19).

Essa dunque – potremmo dire – aveva cessato di esistere, almeno come centro abitato significativo, prima che le fonti da cui Strabone, Plinio o Tolomeo attinsero le loro informazioni potessero registrarne, e dunque tramandarne, il nome.
Quanto al contesto e alle circostanze che avevano provocato la fine della città messapica, il Maggiulli, sulla base di un sintetico ma lucido esame delle fonti disponibili, avanzava l'ipotesi che essa fosse da attribuirsi, non alle lotte all'interno del mondo messapico né a quelle fra Greci e Messapi, ma piuttosto ai Romani e precisamente alle "prime guerre che sorsero fra Romani e Messapi": da quella che una tradizione riportata da Livio collocava verso la fine del IV sec. a.C. a quella che, fra il 267 e il 266 a.C., aveva visto i ripetuti trionfi dei consoli romani "su Sallentini e Messapi" ed era culminata con la conquista romana di Brindisi.
A queste del Maggiulli, potremmo oggi aggiungere l'ipotesi che la rovina della città si sia verificata all'epoca della guerra annibalica; un conflitto che, come testimoniano le fonti e come sembrano indicare le recenti scoperte nell'area della "Porta a mare" di Otranto, dovette coinvolgere pesantemente anche i centri della penisola salentina.
Ma, benché egli non pretendesse di aver dato una risposta sicura all'enigma della scomparsa della città, e del ricordo stesso del suo nome, la via da lui indicata è certamente quella giusta sul piano del metodo.
Sta allo sviluppo delle indagini archeologiche sul sito antico di Muro, verificare la possibilità di datare con più precisione la fine della grande città messapica del IV secolo a.C., o magari dimostrarne la sopravvivenza in età romana, riaprendo così anche il problema del silenzio su di essa e sul suo nome nelle fonti antiche.
Finché forse il rinvenimento di un'iscrizione – messapica (?) – non verrà a rivelarci quale fosse stato, all'epoca del suo splendore, "il nome della città".


Prof. Mario LOMBARDO
Direttore del Dipartimento di Beni Culturali
Università di Lecce

 

Contributi - Pasquale Maggiuli

P. MAGGIULLI
Ispettore Onorario dei Monumenti e Scavi

Sulla distruzione
di un'anonima città messapica

MATINO
Tipografia Donato Siena
1922

A MIA NIPOTE
MARIA MAGGIULLI
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE
COL DUCA DI ALLISTE E SANARICA
FERDINANDO BASURTO
PERCHÉ I VENTURI CONOSCANO
DELLA NOSTRA MURO
LE VERE ANTICHE ORIGINI E VICENDE

Sono pur troppo tramontati i tempi nei quali l'archeologia ed anche la storia si facevano a base d'ipotesi più o meno campate nelle nuvole delle favole, delle leggende e delle tradizioni e spesso pure delle più allegre impressioni personali germinate da tutte queste cose, ma non passate al crivello della arcigna critica moderna.
Le origini, ad esempio, delle nostre più vetuste città non si fanno più, come si facevano, risalire ai tempi eroici e alcuna volta per fino agli Dei dell'Olimpo; anzi le storie (?) delle medesime, se involute in leggende e tradizioni, non si prendono più come moneta corrente. L'archeologo e lo storico moderno perciò, contrariamente a quanto comunemente si crede, nei tempi che corrono, appartengono alla scuola di quell'Apostolo che volle vedere e toccare con la mano per credere non solo, ma, diffidando pure dei loro sensi, chiamano spesso in loro ausilio le scienze esatte a controllo delle loro scoperte e deduzioni.
Ho voluto premettere le precedenti poche parole, perché, dovendo io accennare a certe mie ricerche relative a certe antiche leggende e tradizioni che si sono ripetute intorno alla distruzione di una grande, popolosa e forte città messapica la quale sorgeva dove ora esiste l'abitato di Muro Leccese, dovrò per forza rinnegare quello che fino a ieri fu creduta verità incontrastata ed incontestabile.

Le origini di una scomparsa, vasta e certo importante città, su parte della quale poi sorse l'abitato della odierna Muro Leccese, sono coperte da un buio fittissimo, appena ora rischiarato da qualche sprazzo di luce che si sprigiona da infermi ruderi, o dalla improvvisa e casuale apparizione di qualche antico cimelio, muti testimoni di altri tempi, di altri popoli e di altre civiltà, ora tutto travolto nei gorghi dei secoli e dell'oblio. Per sino il nome di quella città è sconosciuto, perché da alcuni dei nostri scrittori e storici fu denominata Murus, da altri Myron, Mauro, Mura ecc.
E fu veramente naturale tale incertezza di denominazione in scrittori e storici relativamente moderni, perché il nome di quella scomparsa città non ci fu tramandato da nessuno degli antiche geografi e storici greci o romani, né fu, nelle sue rovine, rintracciata, fra le tante rinvenute, una sola iscrizione che in qualche modo ce lo avesse indicato. Credo perciò, che il nome di quella vetustissima città continua e continuerà ad essere sconosciuto, e che quindi ebbe ragione il Galateo quando, non potendolo rintracciare, disse: Antiquae urbis murorum vestigia cernuntur justi ambitus: unde loco Murus nomen est. (De situ Japigiae). E di vero, ancor oggi, nelle campagne adiacenti all'abitato della moderna Muro, si può facilmente seguire il circuito delle primitive muraglie megalitiche della scomparsa ed anonima città le quali, rase al suolo in alcuni luoghi ed in altri elevandosi fino a toccare i quattro metri di altezza, si prolungano per oltre tre chilometri, con costruzione primitiva, cioè, reticolata, a grandi blocchi parallelepipedi sovrapposti gli uni sugli altri, senza cemento. E non basta, perché, dentro e fuori il circuito delle predette muraglie, dapertutto furono e sono sempre scoperti importanti sepolcri in arche litiche, ed anche vere e proprie necropoli, con tombe rettangolari scavate nella roccia, spesso con sontuosi corredi funebri, ed inoltre ruderi di grandi costruzioni anche artisticamente e finamente cesellati, stele funebri, ceramica, bronzi, ecc. Non si esagera anzi dicendo, che il contadino non dà colpi di zappa senza mettere alla luce cocci di ceramica preziosissima e qualche altra volta ricordi di tempi remotissimi, anche di quelli che precedettero l'epoca messapica.

Ma quando e come quella città scomparve? Perché anche intorno al suo nome si addensò tanto buio?
Per il silenzio serbato dagli antichi scrittori e geografi greci, romani e dei tempi di mezzo, come dai fatti che esporrò, si può affermare, che l'esistenza di quella distrutta città fu generalmente ignorata fino a quasi i nostri giorni, cioè, fino a dopo il 1400, quando il Galateo per il primo accennò all'esistenza di quelle muraglie e quindi ad un'antichissima, anonima e scomparsa città.
La cosa sembra veramente strana e quasi inverosimile, ma la stessa ci autorizza a ritenere, che fin dal principio del dominio romano in Terra d'Otranto la città, ora sepolta in parte sotto l'abitato dell'odierna Muro, ed in parte sotto le circostanti campagne, era già stata rasa al suolo, e che il luogo rimase poco o punto abitato fino agli ultimi nostri secoli, per cui, non avendo più importanza, nessuno più si prese la pena di spendere sullo stesso e sulla sua storia una sola parola. Le moderne scoperte confermano i fatti sopra esposti, perché, mentre nessuno oggetto venuto alla luce accenna fin ora al dominio romano e dei tempi medioevali, per lo contrario tutto, cioè, ruderi, sepolcri, corredi funebri, ceramica, bronzi, ecc. ci parla dei tempi messapici e della Magna Grecia, e per sino di quelli che precedettero quell'epoche, perché ora da pertutto e dagli scavi più profondi comincia a venir fuori una ceramica della primitiva età del ferro e qualche cimelio dei tempi lontanissimi che la precedettero.
E vi è ancora di più, perché, non una sola iscrizione latina o greca, fra le tante rinvenute, si è scoperta, invece dagli scavi eseguiti vennero sempre alla luce iscrizioni messapiche su ceramica, lapidi e stele funerarie delle quali alcune ora sono conservate nel Museo Provinciale di Lecce donate da me e dal compianto mio Padre.

Ciò non per tanto, alcuni scrittori, nel parlare di quella antichissima città, accennano al dominio di Roma ed anzi ad una sua colonia ivi dedotta, ed altri giungono per fino a determinare il tempo della sua distruzione, perché alcuni affermano che la stessa avvenne una prima volta nell'anno 860 dell'era volgare, oppure nel 924 per opera dei Saraceni, ed altri nel 1156 per opera di Guglielmo il Malo; anzi una tradizione soggiunge, che quel Re, dopo la distruzione, volle che, come rito, sulla diruta città fosse sparso il sale, perché non fosse più risorta. E la tradizione ebbe tanto credito che da qualche secolo ad oggi si vede posto nello stemma del paese una testa di saracino laureata.
Io veramente non so quanto di vero vi sia intorno a quello che gli scrittori delle patrie storie hanno voluto asserire sul dominio di Roma e soprattutto sulle volute distruzioni verificatesi nei tempi medioevali, perché, se tutto quello che dissero fosse avvenuto, certamente non sarebbe stato possibile non rinvenire nelle rovine di quella città traccie di quei tempi; mentre, come accennai, non un rudere, un'iscrizione, una tomba, od un solo coccio si è rinvenuto e si rinviene che accenni a Roma o ai tempi di mezzo. Ripeto, che la terra e le tombe di quell'anonima città non ci hanno dato e non ci danno che soli cimeli messapici e della Magna Grecia e niente altro.
Ciò non ostante, le moltissime monete di tutti i tempi rinvenute nell'area della distrutta città e campi finitimi potrebbero essere un poderoso argomento da invocarsi dagli storici e cronisti che parlarono di Roma e dei tempi medioevali, perché, con le innumerevoli monete delle città messapiche e della Magna Grecia, se ne raccolsero pure molte romane consolari ed imperiali, molte del Basso Impero, ed in numero minore dei Longobardi, Svevi, Angioini ed Aragonesi. L'argomento, ripeto, sarebbe poderoso, ma, considerando che parte di quelle monete non sono sincrone a tutte le altre cose scoperte e ai cimeli appartenuti ad altre civiltà, io mi sento autorizzato a dire che l'esistenza delle monete di Roma e tempi posteriori si deve senz'altro attribuire a qualche piccolo nucleo di popolazione che sul luogo stesso era rimasto, oppure si andò formando dopo la distruzione della città messapica. Del resto la cosa non è nuova, perché anche in altri luoghi, spesso pure non abitati, sempre si sono rinvenute monete appartenute a tutti i tempi storici.

Ad onta però dei fatti sopraesposti, per negare le affermazioni degli storici e cronisti, io mi convinsi che mancava la prova provata della fallacia di quelle loro congetture, prova che solo mi poteva essere fornita da scavi nel sottosuolo a fine scientifico. Mi fu però la fortuna propizia, e dai fatti venutimi sotto gli occhi ed ai quali accennerò potetti avere la riconferma che gli storici e cronisti pur troppo non avevano che prestato facile orecchio alle fantasiose leggende e tradizioni nate forse dalle catastrofiche memorie del dominio dei Saraceni e di Guglielmo il Malo, ma sopratutto dei primi i quali, come disse un antico cronista, avevano ridotto Terra d'Otranto <<ut in diluvio>>.

Frattanto l'aumento incessante della popolazione di Muro costrinse, in questi ultimi tempi, i suoi abitatori ad occupare, con nuovi fabbricati, molti nuovi suoli nell'area della distrutta città, per cui furono aperte profonde trincee le quali mi permisero di osservare la stratificazione del sottosuolo. E a tal fatto si aggiunse un vero e proprio mio scavo a fine scientifico che venne a riconfermare le fatta mie osservazioni, ed inoltre mi procurò la segnalata fortuna di un' eccezionale ed insperata scoperta della quale terrò poi parola, con apposita altra memoria, la scoperta, cioè, di fondi di capanna della prima età del ferro, con a fianco olle cinerarie contenenti ossa umane combuste.
In tutti quegli scavi le stratificazioni, a cominciare dalla roccia, mi si presentarono nel modo seguente: 1° Uno strato più o meno profondo di terreno vergine. – 2° Un secondo strato di terreno evidentemente rimescolato dall'uomo, cosparso alcuna volta di carboncelli e quasi sempre di cocci di ceramica della prima età del ferro, ed in alcuni luoghi dello stesso strato e nella sua parte superiore, straterelli di argilla biancastra, friabile, spesso con evidenti tracce di fuoco e terriccio nerastro sottoposto alla stessa argilla. – 3° Seguiva, frammisto a terra e detriti di calcinacci, uno strato di ruderi messapici, spesso con cocci di finissimo vasellame e di grandi tegoloni, alcuna volta quest'ultimi soprapposti a pavimenti formati con calce e arena calcarea. - 4° Finalmente uno strato di terreno vegetale quasi sempre, nella sua parte superiore, rimosso dalle coltivazioni e profondo in certi luoghi un metro e più. Di Roma e dei tempi medioevali niente, assolutamente niente, per cui ebbi così la prova provata che le affermazioni e congetture degli storici e cronisti erano campate nell'area, perché indubitatamente, in quelle stratificazioni, come in un libro stampato, si potevano leggere le vicende della distrutta ed anonima città.
Conchiusi quindi, che il luogo dove poi sorse la moderna Muro, senza qui accennare ad epoche molto più primitive, delle quali pure non difettarono prove, era stato, senza dubbio, occupato da una popolazione dell'età del ferro, forse dagli ultimi discendenti dei così detti Italici che avevano formato il sepolcreto di Timmari. Che, sullo stesso luogo, col tempo, si era andata formando una città che, nell'epoca dei Messapi, era divenuta grande, forte ed importante, come è dimostrato dall'ampio giro delle sue muraglie, delle quali ancora rimangono preziose reliquie, dalle tombe alcuna volta suntuose, dalle necropoli, iscrizioni, cimeli, ecc. Che finalmente, in epoca, con esattezza non precisabile, ma certo della Messapia, la città venne rasa al suolo e più non risorse, se non per dar luogo, nei secoli posteriori, ad un modesto villaggetto che, allargandosi e popolandosi, formò finalmente la moderna Muro.
In tutti quegli scavi le stratificazioni, a cominciare dalla roccia, mi si presentarono nel modo seguente: 1° Uno strato più o meno profondo di terreno vergine. – 2° Un secondo strato di terreno evidentemente rimescolato dall'uomo, cosparso alcuna volta di carboncelli e quasi sempre di cocci di ceramica della prima età del ferro, ed in alcuni luoghi dello stesso strato e nella sua parte superiore, straterelli di argilla biancastra, friabile, spesso con evidenti tracce di fuoco e terriccio nerastro sottoposto alla stessa argilla. – 3° Seguiva, frammisto a terra e detriti di calcinacci, uno strato di ruderi messapici, spesso con cocci di finissimo vasellame e di grandi tegoloni, alcuna volta quest'ultimi soprapposti a pavimenti formati con calce e arena calcarea. - 4° Finalmente uno strato di terreno vegetale quasi sempre, nella sua parte superiore, rimosso dalle coltivazioni e profondo in certi luoghi un metro e più. Di Roma e dei tempi medioevali niente, assolutamente niente, per cui ebbi così la prova provata che le affermazioni e congetture degli storici e cronisti erano campate nell'area, perché indubitatamente, in quelle stratificazioni, come in un libro stampato, si potevano leggere le vicende della distrutta ed anonima città.
Conchiusi quindi, che il luogo dove poi sorse la moderna Muro, senza qui accennare ad epoche molto più primitive, delle quali pure non difettarono prove, era stato, senza dubbio, occupato da una popolazione dell'età del ferro, forse dagli ultimi discendenti dei così detti Italici che avevano formato il sepolcreto di Timmari. Che, sullo stesso luogo, col tempo, si era andata formando una città che, nell'epoca dei Messapi, era divenuta grande, forte ed importante, come è dimostrato dall'ampio giro delle sue muraglie, delle quali ancora rimangono preziose reliquie, dalle tombe alcuna volta suntuose, dalle necropoli, iscrizioni, cimeli, ecc. Che finalmente, in epoca, con esattezza non precisabile, ma certo della Messapia, la città venne rasa al suolo e più non risorse, se non per dar luogo, nei secoli posteriori, ad un modesto villaggetto che, allargandosi e popolandosi, formò finalmente la moderna Muro.

La distruzione però subita da quella città messapica dovette essere completa e feroce, perché, a come pare, non solo furono abbattute, nella massima parte, le sue alte e larghe muraglie (in alcuni punti larghe circa metri 3), ma delle case, dei templi e dei pubblici edifizi non rimase più, come si dice pietra sopra pietra. Nè più, come dalle stratificazioni si può facilmente argomentare, la città risorse dalle sue rovine. Se ciò fosse avvenuto, certamente avremmo dovuto rinvenire le reliquie di altri tempi posteriori e di altre civiltà.
Ma quando almeno probabilmente ed approssimativamente si verificò quella distruzione? La risposta, ripeto, è difficile, se non impossibile a causa del buio nel quale si ammantano le nostre storie di quei periodi. Si potranno fare congetture più o meno attendibili, ma non recise e precise affermazioni.
Tra le varie congetture però io non sono propenso a credere che quella immane e completa distruzione si possa far risalire alle oscure e primitive lotte intestine che, come alcuni vogliono, sorsero fra le città messapiche. Contro tele congettura, riconfermato dai cimeli rinvenuti, che i Messapi, nell'epoca in cui avvenne la distruzione di quella città, ebbero arte e civiltà molto evolute e che perciò le stesse non potettero essere sincrone ai primissimi tempi dell'avvento degli stessi Messapi in Terra d'Otranto. Né credo inoltre che quella stessa distruzione si possa attribuire alla guerra nata fra Parteni, condotti da Falanto, contro Brindisi e contro parte dei Tarantini ivi rifugiatasi ed alleatasi coi Messapi, nella quale occasione fu distrutta e rasa al suolo la città di Carbina, perché gli storici facilmente, come di Carbina, avrebbero pure parlato della distruzione di altre forti città. Ne si deve pensare che si possa attribuire alla successiva guerra mossa contro Taranto dalla lega delle città messapiche le quali invece, in quella occasione, furono vittoriose. E neppure a quella posteriore nella quale i Tarantini ebbero l'aiuto di Archidamo, figlio di Agesilao, e nella quale anche dai Messapi furono battuti presso Manduria. Nè credo ancora che si possa attribuire alla guerra capitanata da Alessandro il Molosso, sebbene costui avesse sempre preso di mira i Messapi. Come non credo finalmente che la cosa avvenne nelle guerre sorte con la venuta di Pirro, nelle quali come narra il Frontino, i Messapi a quello si allearono e con lo stesso furono vittoriosi presso Ascoli di Puglia. Se in una di queste guerre, ripeto, si fosse verificata la presa e distruzione di una forte ed importante città, e Muro o Myron era allora certamente tale, facilmente la cosa sarebbe stata rilevata dagli scrittori i quali invece sono perfettamente muti.
E' per tutto ciò io credo, se non mi inganno, che la presa e distruzione di quella città si può più facilmente attribuire alle prime guerre che sorsero fra Romani e Messapi e a tutte quelle che seguirono, con le quali Roma iniziò la conquista di Taranto e della Messapia. Primo pretesto di quelle guerre fu l'alleanza stretta fra Sanniti e Salentini, per cui Roma inviò a combatterli il Console Volunnio il quale ebbe di loro ragione per la qual cosa Livio scrisse: Creatus consul (Ap. Claudio) cum collegae (Volunnio) novum bellum Salentini hostes decernerentur… Volumnium Provinciae haud poenituit. Multa secundia praelia fecit, aliquot urbes hostium vi caepit; praedae erat largior. (Lib. 9 Cap. 31). – Ma se allora la cosa non avvenne, potrebbesi pure sospettare che quella distruzione si fosse verificata dopo le lotte con Pirro, quando, forse per vendicarsi, i Romani volsero le armi contro i Messapi ed i Salentini. Certamente in quel periodo della Storia di Roma vi è molta oscurità, per essersi perduti i libri di Tito Livio nei quali quelle guerre erano narrate. E' sicuro però che, ad onta delle estreme difese dei Messapi per conservare la loro indipendenza, allora questi divennero finalmente preda delle aquile romane, perché, come risulta da iscrizioni su marmi rinvenuti sul Campidoglio sotto il pontificato di Paolo III, quattro consoli, cioè, M. Attilio Regolo e L. Giunio Libone e poi Numerio Fabio e Decio Giunio ottennero gli onori del trionfo per aver vinto e soggiogati i Messapi e i Salentini. In qualunque modo, sia che la distruzione fosse avvenuta nella prima o seconda occasione, si deve anche ritenere come cosa ben naturale che i Messapi in quell'epoca conservavano inalterata la loro arte e civiltà, e che di conseguenza niente di romano si può rinvenire tra le rovine di quella loro città, ma solo quel poco di messapico che era potuto sfuggire al sacco, forse all'incendio e alla più completa distruzione.
Ciò non per tanto io non penso minimamente di aver così risoluto l'enigma riflettente il tempo in cui fu distrutta quella città messapica. Le scoperte non ci hanno altro permesso se non di dare un altro passo verso la verità, e la verità consiste solo nella materiale dimostrazione che la distruzione di quella città precedette il pieno dominio dei Romani in Terra d'Otranto.

Muro Leccese, Marzo 1922

 

Contributi - Liliana Giardino

Una città messapica dal nome sconosciuto come momento più antico della storia urbana di Muro Leccese

Ottanta anni sono trascorsi dalla pubblicazione del breve volume di Pasquale Maggiulli "Sulla distruzione di un'anonima città messapica", dedicato a una ricostruzione della fase storica più antica di Muro Leccese attraverso una 'lettura' di quei ritrovamenti archeologici di cui Pasquale e suo padre Luigi erano stati attenti ed entusiasti testimoni a partire dalla fine del 1800. Purtroppo, nel corso di questo lungo periodo, gran parte di quei documenti utilizzati e ricordati dal Maggiulli sono andati dispersi. Nessuna traccia, per esempio, dei "sontuosi corredi funebri" trovati nelle numerose tombe scoperte "dentro e fuori il circuito delle …muraglie, dapertutto…". Molto probabilmente, essi sono entrati a far parte di collezioni private, riservate alla conoscenza di pochi, e da strumenti fondamentali per una ricostruzione della società messapica di Muro sono diventati oggetti "muti", dotati solo di un limitato valore estetico. Pertanto, fino a pochi decenni fa, il piccolo complesso di materiali conservati nel Museo Provinciale "Sigismondo Castromediano" di Lecce rappresentava l'unica, modesta testimonianza del passato di Muro Leccese: vasi ad impasto appartenenti alle capanne del villaggio japigio (VIII – VII secolo a.C.) (figura 1); ceramiche e documenti scritti della città messapica (IV secolo a.C.) (figura 2); un consistente numero di 'proiettili' in piombo a forma di ghiande, rinvenuti a ridosso delle mura e significativa testimonianza di un'accanita battaglia e di una probabile distruzione violenta della città (figura 3) .
Nei decenni successivi agli attenti e appassionati studi di Pasquale Maggiulli la rapida espansione dell'abitato moderno ha 'aggredito' violentemente i resti della città antica, cancellandone alcune delle testimonianze più monumentali. Un'immagine di Muro Leccese dei primi decenni del XX secolo, e quindi contemporanea agli studi del Maggiulli (figura 4), ripropone un abitato di piccole dimensioni, che occupa un settore limitato della città messapica. L'estensione di quest'ultima è chiaramente definita da una cinta muraria, ancora visibile in elevato per il suo intero tracciato.
A partire dagli anni '60 del secolo scorso un grande fervore di studi e l'avvio di indagini archeologiche sistematiche in numerosi centri del Salento (Oria, Valesio, Cavallino, Vaste, etc.) portano in primo piano l'attenzione verso quella società antica che, tra l'età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) e la conquista romana (prima metà del III secolo a.C.), ha occupato la penisola salentina, chiamata Messapia dai Greci e dai Romani. L'Istituto per la Storia e l'Archeologia della Magna Grecia dedica il suo trentesimo Convegno, tenutosi a Taranto nel 1990, proprio ai Messapi (figura 7) e ai principali aspetti di questa società (storici, politici, religiosi, economici, linguistici, etc.), quali venivano emergendo dalle nuove ricerche e scoperte. Appare così evidente come, nel panorama dei centri urbani presenti nel Salento nel IV secolo a.C. (figura 6), Muro Leccese sia certamente uno dei più grandi: accanto a Ugento, Oria e Rudiae è infatti tra i pochi che raggiungono un'estensione superiore ai 100 ettari (figura 5). Inoltre, esso è caratterizzato da una notevole potenzialità archeologica, e la sua cinta muraria a blocchi squadrati, disposti per filari orizzontali, rappresenta una delle poche testimonianze monumentali dell'architettura messapica: tratti dell'altezza di 2-3 metri sono visibili nelle campagne a nord e a nordest dell'abitato moderno, per una lunghezza complessiva superiore al chilometro (figura 8). Gli unici esempi di mura messapiche confrontabili per stato di conservazione con quelle di Muro Leccese si trovano a Egnazia (Fasano) e a Manduria (Taranto) (fgura 6). Nel primo caso, la parte conservata raggiunge un'altezza di 7 metri (figura 9), ma è limitata a una lunghezza di poche decine di metri ("muraglione"); nel secondo, il tracciato visibile è molto lungo, ma l'elevato è il risultato di un intervento di ricostruzione effettuato negli anni '50.
Nonostante queste premesse, la città messapica di Muro non è stata oggetto di un'esplorazione archeologica lunga e sistematica, ma per molti decenni ha subito una rinnovata "distruzione" ad opera dei continui cantieri edili. Ai numerosi, ma ancora inediti, interventi di tutela della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia si sono affiancati pochi scavi programmati: un intervento sul lato nord delle mura messapiche ad opera dell'Università di Lecce (1980) (figura 10); lo scavo e la pubblicazione della Porta nord a cura dell'archeologo francese J. L. Lamboley tra gli anni 1980 e 1990 (figura 11).
L'acquisizione di alcune aree interessate dalla presenza di resti archeologici da parte dell'Amministrazione Comunale di Muro Leccese e la definizione nel 1999 di un Protocollo d'Intesa tra il Comune, La Soprintendenza e il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Lecce hanno rappresentato le premesse per una nuova progettazione dell'esplorazione archeologica e della valorizzazione di alcuni settori della città messapica (figura 12). Nel 2000, in località Sitrie, è stato riportato alla luce e documentato, per una lunghezza di 70 metri, un primo settore del lungo tratto settentrionale delle mura messapiche acquisite dal Comune di Muro (figura 13 e 14). Negli anni 2001 e 2002, ai margini orientali dell'abitato moderno, in località Cunella (figura 15), è stata avviata l'esplorazione di una strada e di un quartiere abitativo di età messapica (IV secolo a.C.), ubicato nella parte centro-orientale della città antica , (figura 16).
Le informazioni emerse da queste indagini più recenti permettono di tracciare un nuovo profilo della storia urbana più antica di Muro Leccese, e di confermare le acute osservazioni avanzate da Pasquale Maggiulli nel 1922, arricchendole tuttavia di molte testimonianze e di alcune precisazioni e novità.

Documenti relativi all'abitato più antico (VIII – VII a.C.) sono stati rinvenuti in più punti dell'area urbana antica, e particolarmente nel settore orientale (Palombara, Cunella). Il quadro che ne emerge è quello di un abitato-villaggio composto da gruppi di capanne separati e distanziati, che occupano i punti più elevati del territorio. Le capanne, di forma circolare o ovale, sono costruite con materiali 'poveri': pareti con la base in pietra e l'elevato in argilla e legno, tetto in paglia e argilla. I vasi necessari alla vita quotidiana sono realizzati prevalentemente con un'argilla poco depurata (impasto) (figura 20), più raramente con argille raffinate, lavorate al tornio lento e decorate con motivi geometrici dipinti (ceramica japigia) (figura 21). I defunti venivano sepolti all'esterno del villaggio, con la sola eccezione dei bambini, deposti all'interno di vasi accanto alle capanne. Il ritrovamento di ceramiche greche d'importazione del Medio e Tardo geometrico ha poi documentato per la prima volta che il villaggio japigio di Muro Leccese è tra i centri salentini interessati da precoci e intensi rapporti con il mondo greco attraverso il vicino porto di Otranto (figura. 22). Più numerosi, ma ancora poco consistenti, sono i documenti materiali relativi al VI e V secolo a.C., che comunque testimoniano la continuità di vita dell'abitato. L'attuale mancanza di resti di abitazioni o di altri edifici di età arcaica (VI secolo a.C.) non permette però di definire i modi e i tempi secondo i quali il villaggio a capanne si trasforma in un centro di tipo urbano, secondo un fenomeno che sembra interessare tutto il mondo messapico, e che ha nel centro di Cavallino il suo esempio più antico e meglio conosciuto. Come sempre accade nei luoghi interessati da una lunga frequentazione umana, l'ultimo periodo di vita corrisponde alla fase maggiormente documentata. E' ormai evidente e sicuro che per la città messapica di Muro questo periodo corrisponde al IV secolo a.C. L'abitato viene ora racchiuso entro una cinta muraria realizzata con blocchi parallelepipedi di calcarenite di grandi dimensioni (m. 1,50 x 0,70 x 0,50) (figure 8, 14-16) e le sue caratteristiche costruttive - spessore di 3 metri, altezza di 7 circa, lunghezza di quasi 4 chilometri – sono una significativa testimonianza della grande quantità di pietra prodotta per la costruzione delle mura e, di conseguenza, delle enormi capacità di spesa e di impiego di manodopera di cui Muro era capace in questo periodo. Un'ulteriore conferma dell'inserimento di Muro fra le città più importanti della Messapia di IV secolo a.C. e del suo notevole slancio economico e costruttivo viene dal quartiere abitativo in corso di scavo in località Cunella (figura 19). Edifici a pianta rettangolare, composti da ambienti aperti su un grande cortile, si allineano con regolarità su una strada dal tracciato rettilineo. Quest'ultima rappresenta il tratto urbano di una via a lungo percorso che, molto probabilmente, collegava la costa ionica e il centro messapico di Alezio con la costa adriatica e il porto di Otranto. L'attuale via Vittorio Veneto rappresenta ancora oggi la continuazione di questa viabilità antica, e solo di recente il suo tracciato è stato tagliato e annullato da quello della superstrada Maglie - S. Cesarea. Ceramiche destinate alla cottura dei cibi (figura 27), ai pasti a tavola (figura 23) o a pratiche religiose domestiche (figura 24); matrici per la realizzazione di piccole appliques fittili a testa di Gorgone (figura 25); spille in bronzo per gli abiti (figura 26); monete, utensili in metallo e elementi architettonici in pietra sono i testimoni diretti e i narratori della vita quotidiana di quella comunità antica che abitava nelle case riportate alla luce a Cunella. Alcuni indizi, emersi negli scavi del 2002, sembrano indicare che queste "case" appartengono in realtà a un'unica, estesa dimora, occupata da un esponente dell'aristocrazia messapica e dalla sua famiglia. Come le antiche abitazioni arcaiche, anche queste case più recenti continuano ad essere costruite con una tecnica "mista", basata sull'uso di materiali diversi: blocchi squadrati, pietre informi, legno e argilla per le pareti; legno, argilla e coppi in terracotta per il tetto. La vita nel quartiere di Cunella cessa improvvisamente e violentemente nei primi decenni del III secolo a.C. La suggestione di un collegamento diretto con gli scontri che negli anni '60 dello stesso secolo hanno contrapposto i Messapi a Roma (bellum Sallentinum) è immediata e seducente. Essa riceve un ulteriore sostegno dalla lucida ricostruzione proposta da Pasquale Maggiulli per la distruzione di Muro sulla base di documenti archeologici provenienti da altri settori della città, nonché dalla significativa testimonianza offerta dai numerosi proiettili in piombo ritrovati a ridosso della cinta muraria (figura 3). Dopo questo evento traumatico, soltanto la strada continua ad essere utilizzata fino al II – I secolo a.C. (figura 28) e le pavimentazioni realizzate o risistemate in questo periodo poggiano sui muri crollati delle case messapiche. Pochi documenti archeologici più recenti, distribuiti in un periodo di tempo molto ampio (figura29-30) sono forse da riferirsi ad una frequentazione dell'area per il recupero di materiale da costruzione. La storia del quartiere messapico di Cunella non è stata ancora scritta per intero, in quanto i livelli più profondi ed antichi non sono stati raggiunti. Ci si augura che l'impegno delle Istituzioni e l'entusiasmo e lo slancio dei laureati e degli studenti della facoltà di Beni Culturali dell'Università di Lecce (figura 31), che hanno contribuito materialmente alla raccolta di tanti dati, non si interrompa, e che questi ultimi possano completare anche per il periodo più antico il recupero di quella memoria storica di cui sono eredi.

Prof.ssa Liliana GIARDINO
Urbanistica del mondo classico
Dipartimento di Beni Culturali Università di Lecce

 

Bibliografia

PROSPETTO DEL VOLUME

· Presentazione (arch. Salvatore Negro) 3 cartelle
· Prefazione allo studio di P. Maggiulli (prof. Mario Lombardo) 2 cartelle
· Sulla distruzione di una anonima città messapica (P. Maggiulli) 6 cartelle
· Una città messapica dal nome sconosciuto come momento
più antico della storia urbana di Muro Leccese (L. Giardino) 5 cartelle
· N. 32 immagini + didascalie 25 tavole
· Riferimenti bibliografici su Muro Leccese 2 cartelle

Riferimenti bibliografici su Muro Leccese e sulla Messapia

1871 Luigi MAGGIULLI, Monografia di Muro Leccese, Lecce.

1871 Luigi MAGGIULLI, Sigismondo CASTROMEDIANO, Le iscrizioni messapiche, Lecce.

1882 Cosimo DE GIORGI, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce [Galatina 1975].

1935 Francesco RIBEZZO, Corpus Inscriptionum Messapicarum, Bari [Bari 1978].

1937 Pasquale Maggiulli, La città messapica di Muro Leccese e le sue muraglie, in "Rinascenza Salentina", III, pp. 56-64.

1960 Oronzo PARLANGELI, Le iscrizioni messapiche, Messina.

1973 Giovanna DELLI PONTI, I bronzi del Museo Provinciale di Lecce, Lecce.

1974 Antonio ANTONACI, L'arte a Muro Leccese, Galatina.

1981 Cosimo PAGLIARA, Materiali epigrafici da Vaste e Muro, in "Studi di Antichità", 2, pp. 207-220.

1982 Adriana TRAVAGLINI, Inventario dei rinvenimenti monetali del Salento. Problemi di circolazione, Roma.

1982-1984 Ciro SANTORO, Nuovi studi messapici, I-III, Galatina.

1983 Cosimo PAGLIARA, Materiali iscritti arcaici del Salento, in "Annali Scuola Normale di Pisa", XIII, pp. 29-33.

1988 Francesco D'ANDRIA, Messapi e Peuceti, in "Italia omnium terrarum alumna", Milano, pp. 653-715.

1988 Antonio Donvito, Egnazia. Dalle origini alla scoperta archeologica, Fasano.

1989 Francesco D'ANDRIA (a cura di), Archeologia dei Messapi, Catalogo della Mostra, Bari.

1990 I Messapi, Atti del XXX Convegno di Studi sulla Magna Grecia – Taranto 1990, Taranto 1991.

1992 Mario LOMBARDO, I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, Galatina.

1993 Grazia SEMERARO, Muro Leccese, in G. Nenci, G. Vallet (a cura di), "Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle isole tirreniche", Pisa-Roma, XII, pp. 143-150.

1995 Grazia SEMERARO, Muro Leccese, in "Enciclopedia dell'Arte Antica, Classica e Orientale", II Supplemento (1971-1994), III, Roma, pp. 833-835.

1996 J. L. LAMBOLEY, Recherches sur les Messapiens IV-III siècle av. J. C., Roma.

1997 Giuseppe CERAUDO, Stefania FOGAGNOLO, Contributo alla topografia dell'abitato messapico di Muro Leccese, in "Beni Archeologici – Conoscenza e Tecnologie", Quaderno 1.2, Lecce-Bari, pp. 85-98.

1999 Gian Paolo CIONGOLI, Muro Leccese, via Tripoli, in "Taras", XIX, 1, p. 84.

1999 J. L. LAMBOLEY, Muro Leccese. Sondages sur la fortification nord, Roma 1999.

 

 

Torna a inizio pagina

Bottom sinistro del portale