P. MAGGIULLI
Ispettore Onorario dei Monumenti e Scavi
Sulla distruzione
di un’anonima città messapica
MATINO
Tipografia Donato Siena
1922
A MIA NIPOTE
MARIA MAGGIULLI
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE
COL DUCA DI ALLISTE E SANARICA
FERDINANDO BASURTO
PERCHÉ I VENTURI CONOSCANO
DELLA NOSTRA MURO
LE VERE ANTICHE ORIGINI E VICENDE
Sono pur troppo tramontati i tempi nei quali l’archeologia ed anche la storia si facevano a base d’ipotesi più o meno campate nelle nuvole delle favole, delle leggende e delle tradizioni e spesso pure delle più allegre impressioni personali germinate da tutte queste cose, ma non passate al crivello della arcigna critica moderna.
Le origini, ad esempio, delle nostre più vetuste città non si fanno più, come si facevano, risalire ai tempi eroici e alcuna volta per fino agli Dei dell’Olimpo; anzi le storie (?) delle medesime, se involute in leggende e tradizioni, non si prendono più come moneta corrente. L’archeologo e lo storico moderno perciò, contrariamente a quanto comunemente si crede, nei tempi che corrono, appartengono alla scuola di quell’Apostolo che volle vedere e toccare con la mano per credere non solo, ma, diffidando pure dei loro sensi, chiamano spesso in loro ausilio le scienze esatte a controllo delle loro scoperte e deduzioni.
Ho voluto premettere le precedenti poche parole, perché, dovendo io accennare a certe mie ricerche relative a certe antiche leggende e tradizioni che si sono ripetute intorno alla distruzione di una grande, popolosa e forte città messapica la quale sorgeva dove ora esiste l’abitato di Muro Leccese, dovrò per forza rinnegare quello che fino a ieri fu creduta verità incontrastata ed incontestabile.
Le origini di una scomparsa, vasta e certo importante città, su parte della quale poi sorse l’abitato della odierna Muro Leccese, sono coperte da un buio fittissimo, appena ora rischiarato da qualche sprazzo di luce che si sprigiona da infermi ruderi, o dalla improvvisa e casuale apparizione di qualche antico cimelio, muti testimoni di altri tempi, di altri popoli e di altre civiltà, ora tutto travolto nei gorghi dei secoli e dell’oblio. Per sino il nome di quella città è sconosciuto, perché da alcuni dei nostri scrittori e storici fu denominata Murus, da altri Myron, Mauro, Mura ecc.
E fu veramente naturale tale incertezza di denominazione in scrittori e storici relativamente moderni, perché il nome di quella scomparsa città non ci fu tramandato da nessuno degli antiche geografi e storici greci o romani, né fu, nelle sue rovine, rintracciata, fra le tante rinvenute, una sola iscrizione che in qualche modo ce lo avesse indicato. Credo perciò, che il nome di quella vetustissima città continua e continuerà ad essere sconosciuto, e che quindi ebbe ragione il Galateo quando, non potendolo rintracciare, disse: Antiquae urbis murorum vestigia cernuntur justi ambitus: unde loco Murus nomen est. (De situ Japigiae). E di vero, ancor oggi, nelle campagne adiacenti all’abitato della moderna Muro, si può facilmente seguire il circuito delle primitive muraglie megalitiche della scomparsa ed anonima città le quali, rase al suolo in alcuni luoghi ed in altri elevandosi fino a toccare i quattro metri di altezza, si prolungano per oltre tre chilometri, con costruzione primitiva, cioè, reticolata, a grandi blocchi parallelepipedi sovrapposti gli uni sugli altri, senza cemento. E non basta, perché, dentro e fuori il circuito delle predette muraglie, dapertutto furono e sono sempre scoperti importanti sepolcri in arche litiche, ed anche vere e proprie necropoli, con tombe rettangolari scavate nella roccia, spesso con sontuosi corredi funebri, ed inoltre ruderi di grandi costruzioni anche artisticamente e finamente cesellati, stele funebri, ceramica, bronzi, ecc. Non si esagera anzi dicendo, che il contadino non dà colpi di zappa senza mettere alla luce cocci di ceramica preziosissima e qualche altra volta ricordi di tempi remotissimi, anche di quelli che precedettero l’epoca messapica.
Ma quando e come quella città scomparve? Perché anche intorno al suo nome si addensò tanto buio?
Per il silenzio serbato dagli antichi scrittori e geografi greci, romani e dei tempi di mezzo, come dai fatti che esporrò, si può affermare, che l’esistenza di quella distrutta città fu generalmente ignorata fino a quasi i nostri giorni, cioè, fino a dopo il 1400, quando il Galateo per il primo accennò all’esistenza di quelle muraglie e quindi ad un’antichissima, anonima e scomparsa città.
La cosa sembra veramente strana e quasi inverosimile, ma la stessa ci autorizza a ritenere, che fin dal principio del dominio romano in Terra d’Otranto la città, ora sepolta in parte sotto l’abitato dell’odierna Muro, ed in parte sotto le circostanti campagne, era già stata rasa al suolo, e che il luogo rimase poco o punto abitato fino agli ultimi nostri secoli, per cui, non avendo più importanza, nessuno più si prese la pena di spendere sullo stesso e sulla sua storia una sola parola. Le moderne scoperte confermano i fatti sopra esposti, perché, mentre nessuno oggetto venuto alla luce accenna fin ora al dominio romano e dei tempi medioevali, per lo contrario tutto, cioè, ruderi, sepolcri, corredi funebri, ceramica, bronzi, ecc. ci parla dei tempi messapici e della Magna Grecia, e per sino di quelli che precedettero quell’epoche, perché ora da pertutto e dagli scavi più profondi comincia a venir fuori una ceramica della primitiva età del ferro e qualche cimelio dei tempi lontanissimi che la precedettero.
E vi è ancora di più, perché, non una sola iscrizione latina o greca, fra le tante rinvenute, si è scoperta, invece dagli scavi eseguiti vennero sempre alla luce iscrizioni messapiche su ceramica, lapidi e stele funerarie delle quali alcune ora sono conservate nel Museo Provinciale di Lecce donate da me e dal compianto mio Padre.
Ciò non per tanto, alcuni scrittori, nel parlare di quella antichissima città, accennano al dominio di Roma ed anzi ad una sua colonia ivi dedotta, ed altri giungono per fino a determinare il tempo della sua distruzione, perché alcuni affermano che la stessa avvenne una prima volta nell’anno 860 dell’era volgare, oppure nel 924 per opera dei Saraceni, ed altri nel 1156 per opera di Guglielmo il Malo; anzi una tradizione soggiunge, che quel Re, dopo la distruzione, volle che, come rito, sulla diruta città fosse sparso il sale, perché non fosse più risorta. E la tradizione ebbe tanto credito che da qualche secolo ad oggi si vede posto nello stemma del paese una testa di saracino laureata.
Io veramente non so quanto di vero vi sia intorno a quello che gli scrittori delle patrie storie hanno voluto asserire sul dominio di Roma e soprattutto sulle volute distruzioni verificatesi nei tempi medioevali, perché, se tutto quello che dissero fosse avvenuto, certamente non sarebbe stato possibile non rinvenire nelle rovine di quella città traccie di quei tempi; mentre, come accennai, non un rudere, un’iscrizione, una tomba, od un solo coccio si è rinvenuto e si rinviene che accenni a Roma o ai tempi di mezzo. Ripeto, che la terra e le tombe di quell’anonima città non ci hanno dato e non ci danno che soli cimeli messapici e della Magna Grecia e niente altro.
Ciò non ostante, le moltissime monete di tutti i tempi rinvenute nell’area della distrutta città e campi finitimi potrebbero essere un poderoso argomento da invocarsi dagli storici e cronisti che parlarono di Roma e dei tempi medioevali, perché, con le innumerevoli monete delle città messapiche e della Magna Grecia, se ne raccolsero pure molte romane consolari ed imperiali, molte del Basso Impero, ed in numero minore dei Longobardi, Svevi, Angioini ed Aragonesi. L’argomento, ripeto, sarebbe poderoso, ma, considerando che parte di quelle monete non sono sincrone a tutte le altre cose scoperte e ai cimeli appartenuti ad altre civiltà, io mi sento autorizzato a dire che l’esistenza delle monete di Roma e tempi posteriori si deve senz’altro attribuire a qualche piccolo nucleo di popolazione che sul luogo stesso era rimasto, oppure si andò formando dopo la distruzione della città messapica. Del resto la cosa non è nuova, perché anche in altri luoghi, spesso pure non abitati, sempre si sono rinvenute monete appartenute a tutti i tempi storici.
Ad onta però dei fatti sopraesposti, per negare le affermazioni degli storici e cronisti, io mi convinsi che mancava la prova provata della fallacia di quelle loro congetture, prova che solo mi poteva essere fornita da scavi nel sottosuolo a fine scientifico. Mi fu però la fortuna propizia, e dai fatti venutimi sotto gli occhi ed ai quali accennerò potetti avere la riconferma che gli storici e cronisti pur troppo non avevano che prestato facile orecchio alle fantasiose leggende e tradizioni nate forse dalle catastrofiche memorie del dominio dei Saraceni e di Guglielmo il Malo, ma sopratutto dei primi i quali, come disse un antico cronista, avevano ridotto Terra d’Otranto <<ut in diluvio>>.
Frattanto l’aumento incessante della popolazione di Muro costrinse, in questi ultimi tempi, i suoi abitatori ad occupare, con nuovi fabbricati, molti nuovi suoli nell’area della distrutta città, per cui furono aperte profonde trincee le quali mi permisero di osservare la stratificazione del sottosuolo. E a tal fatto si aggiunse un vero e proprio mio scavo a fine scientifico che venne a riconfermare le fatta mie osservazioni, ed inoltre mi procurò la segnalata fortuna di un’ eccezionale ed insperata scoperta della quale terrò poi parola, con apposita altra memoria, la scoperta, cioè, di fondi di capanna della prima età del ferro, con a fianco olle cinerarie contenenti ossa umane combuste.
In tutti quegli scavi le stratificazioni, a cominciare dalla roccia, mi si presentarono nel modo seguente: 1° Uno strato più o meno profondo di terreno vergine. – 2° Un secondo strato di terreno evidentemente rimescolato dall’uomo, cosparso alcuna volta di carboncelli e quasi sempre di cocci di ceramica della prima età del ferro, ed in alcuni luoghi dello stesso strato e nella sua parte superiore, straterelli di argilla biancastra, friabile, spesso con evidenti tracce di fuoco e terriccio nerastro sottoposto alla stessa argilla. – 3° Seguiva, frammisto a terra e detriti di calcinacci, uno strato di ruderi messapici, spesso con cocci di finissimo vasellame e di grandi tegoloni, alcuna volta quest’ultimi soprapposti a pavimenti formati con calce e arena calcarea. - 4° Finalmente uno strato di terreno vegetale quasi sempre, nella sua parte superiore, rimosso dalle coltivazioni e profondo in certi luoghi un metro e più. Di Roma e dei tempi medioevali niente, assolutamente niente, per cui ebbi così la prova provata che le affermazioni e congetture degli storici e cronisti erano campate nell’area, perché indubitatamente, in quelle stratificazioni, come in un libro stampato, si potevano leggere le vicende della distrutta ed anonima città.
Conchiusi quindi, che il luogo dove poi sorse la moderna Muro, senza qui accennare ad epoche molto più primitive, delle quali pure non difettarono prove, era stato, senza dubbio, occupato da una popolazione dell’età del ferro, forse dagli ultimi discendenti dei così detti Italici che avevano formato il sepolcreto di Timmari. Che, sullo stesso luogo, col tempo, si era andata formando una città che, nell’epoca dei Messapi, era divenuta grande, forte ed importante, come è dimostrato dall’ampio giro delle sue muraglie, delle quali ancora rimangono preziose reliquie, dalle tombe alcuna volta suntuose, dalle necropoli, iscrizioni, cimeli, ecc. Che finalmente, in epoca, con esattezza non precisabile, ma certo della Messapia, la città venne rasa al suolo e più non risorse, se non per dar luogo, nei secoli posteriori, ad un modesto villaggetto che, allargandosi e popolandosi, formò finalmente la moderna Muro.
In tutti quegli scavi le stratificazioni, a cominciare dalla roccia, mi si presentarono nel modo seguente: 1° Uno strato più o meno profondo di terreno vergine. – 2° Un secondo strato di terreno evidentemente rimescolato dall’uomo, cosparso alcuna volta di carboncelli e quasi sempre di cocci di ceramica della prima età del ferro, ed in alcuni luoghi dello stesso strato e nella sua parte superiore, straterelli di argilla biancastra, friabile, spesso con evidenti tracce di fuoco e terriccio nerastro sottoposto alla stessa argilla. – 3° Seguiva, frammisto a terra e detriti di calcinacci, uno strato di ruderi messapici, spesso con cocci di finissimo vasellame e di grandi tegoloni, alcuna volta quest’ultimi soprapposti a pavimenti formati con calce e arena calcarea. - 4° Finalmente uno strato di terreno vegetale quasi sempre, nella sua parte superiore, rimosso dalle coltivazioni e profondo in certi luoghi un metro e più. Di Roma e dei tempi medioevali niente, assolutamente niente, per cui ebbi così la prova provata che le affermazioni e congetture degli storici e cronisti erano campate nell’area, perché indubitatamente, in quelle stratificazioni, come in un libro stampato, si potevano leggere le vicende della distrutta ed anonima città.
Conchiusi quindi, che il luogo dove poi sorse la moderna Muro, senza qui accennare ad epoche molto più primitive, delle quali pure non difettarono prove, era stato, senza dubbio, occupato da una popolazione dell’età del ferro, forse dagli ultimi discendenti dei così detti Italici che avevano formato il sepolcreto di Timmari. Che, sullo stesso luogo, col tempo, si era andata formando una città che, nell’epoca dei Messapi, era divenuta grande, forte ed importante, come è dimostrato dall’ampio giro delle sue muraglie, delle quali ancora rimangono preziose reliquie, dalle tombe alcuna volta suntuose, dalle necropoli, iscrizioni, cimeli, ecc. Che finalmente, in epoca, con esattezza non precisabile, ma certo della Messapia, la città venne rasa al suolo e più non risorse, se non per dar luogo, nei secoli posteriori, ad un modesto villaggetto che, allargandosi e popolandosi, formò finalmente la moderna Muro.
La distruzione però subita da quella città messapica dovette essere completa e feroce, perché, a come pare, non solo furono abbattute, nella massima parte, le sue alte e larghe muraglie (in alcuni punti larghe circa metri 3), ma delle case, dei templi e dei pubblici edifizi non rimase più, come si dice pietra sopra pietra. Nè più, come dalle stratificazioni si può facilmente argomentare, la città risorse dalle sue rovine. Se ciò fosse avvenuto, certamente avremmo dovuto rinvenire le reliquie di altri tempi posteriori e di altre civiltà.
Ma quando almeno probabilmente ed approssimativamente si verificò quella distruzione? La risposta, ripeto, è difficile, se non impossibile a causa del buio nel quale si ammantano le nostre storie di quei periodi. Si potranno fare congetture più o meno attendibili, ma non recise e precise affermazioni.
Tra le varie congetture però io non sono propenso a credere che quella immane e completa distruzione si possa far risalire alle oscure e primitive lotte intestine che, come alcuni vogliono, sorsero fra le città messapiche. Contro tele congettura, riconfermato dai cimeli rinvenuti, che i Messapi, nell’epoca in cui avvenne la distruzione di quella città, ebbero arte e civiltà molto evolute e che perciò le stesse non potettero essere sincrone ai primissimi tempi dell’avvento degli stessi Messapi in Terra d’Otranto. Né credo inoltre che quella stessa distruzione si possa attribuire alla guerra nata fra Parteni, condotti da Falanto, contro Brindisi e contro parte dei Tarantini ivi rifugiatasi ed alleatasi coi Messapi, nella quale occasione fu distrutta e rasa al suolo la città di Carbina, perché gli storici facilmente, come di Carbina, avrebbero pure parlato della distruzione di altre forti città. Ne si deve pensare che si possa attribuire alla successiva guerra mossa contro Taranto dalla lega delle città messapiche le quali invece, in quella occasione, furono vittoriose. E neppure a quella posteriore nella quale i Tarantini ebbero l’aiuto di Archidamo, figlio di Agesilao, e nella quale anche dai Messapi furono battuti presso Manduria. Nè credo ancora che si possa attribuire alla guerra capitanata da Alessandro il Molosso, sebbene costui avesse sempre preso di mira i Messapi. Come non credo finalmente che la cosa avvenne nelle guerre sorte con la venuta di Pirro, nelle quali come narra il Frontino, i Messapi a quello si allearono e con lo stesso furono vittoriosi presso Ascoli di Puglia. Se in una di queste guerre, ripeto, si fosse verificata la presa e distruzione di una forte ed importante città, e Muro o Myron era allora certamente tale, facilmente la cosa sarebbe stata rilevata dagli scrittori i quali invece sono perfettamente muti.
E’ per tutto ciò io credo, se non mi inganno, che la presa e distruzione di quella città si può più facilmente attribuire alle prime guerre che sorsero fra Romani e Messapi e a tutte quelle che seguirono, con le quali Roma iniziò la conquista di Taranto e della Messapia. Primo pretesto di quelle guerre fu l’alleanza stretta fra Sanniti e Salentini, per cui Roma inviò a combatterli il Console Volunnio il quale ebbe di loro ragione per la qual cosa Livio scrisse: Creatus consul (Ap. Claudio) cum collegae (Volunnio) novum bellum Salentini hostes decernerentur… Volumnium Provinciae haud poenituit. Multa secundia praelia fecit, aliquot urbes hostium vi caepit; praedae erat largior. (Lib. 9 Cap. 31). – Ma se allora la cosa non avvenne, potrebbesi pure sospettare che quella distruzione si fosse verificata dopo le lotte con Pirro, quando, forse per vendicarsi, i Romani volsero le armi contro i Messapi ed i Salentini. Certamente in quel periodo della Storia di Roma vi è molta oscurità, per essersi perduti i libri di Tito Livio nei quali quelle guerre erano narrate. E’ sicuro però che, ad onta delle estreme difese dei Messapi per conservare la loro indipendenza, allora questi divennero finalmente preda delle aquile romane, perché, come risulta da iscrizioni su marmi rinvenuti sul Campidoglio sotto il pontificato di Paolo III, quattro consoli, cioè, M. Attilio Regolo e L. Giunio Libone e poi Numerio Fabio e Decio Giunio ottennero gli onori del trionfo per aver vinto e soggiogati i Messapi e i Salentini. In qualunque modo, sia che la distruzione fosse avvenuta nella prima o seconda occasione, si deve anche ritenere come cosa ben naturale che i Messapi in quell’epoca conservavano inalterata la loro arte e civiltà, e che di conseguenza niente di romano si può rinvenire tra le rovine di quella loro città, ma solo quel poco di messapico che era potuto sfuggire al sacco, forse all’incendio e alla più completa distruzione.
Ciò non per tanto io non penso minimamente di aver così risoluto l’enigma riflettente il tempo in cui fu distrutta quella città messapica. Le scoperte non ci hanno altro permesso se non di dare un altro passo verso la verità, e la verità consiste solo nella materiale dimostrazione che la distruzione di quella città precedette il pieno dominio dei Romani in Terra d’Otranto.
Muro Leccese, Marzo 1922
COMUNE di MURO LECCESE
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