E’ solo da ammirare la sobria lucidità con cui Pasquale Maggiulli impostava – e, in qualche modo, risolveva - in questo breve ma denso opuscolo del 1922 uno dei problemi centrali, forse il più appassionante, della storia della città antica vissuta sul sito dell’attuale Muro Leccese. Una città di cui restavano (e restano) imponenti resti archeologici – dell’ampia cerchia muraria in primo luogo, ma anche di tombe, necropoli, aree di abitato e luoghi di culto – a testimoniarne l’importanza, ma di cui non risultava (e non risulta) possibile trovare alcuna notizia nelle fonti antiche: nemmeno il ricordo del suo nome.
Partendo proprio di qui, dal problema del silenzio delle fonti sulla “città delle grandi mura”, Maggiulli si rifiutava di cedere alla tentazione campanilistica – tipica di tanta erudizione antiquaria locale contemporanea – avventurandosi in ipotetiche, quanto gratuite, identificazioni con questo o quel centro antico menzionato da Plinio o Strabone e di incerta ubicazione sul territorio. Così come si rifiutava di “inventare” un passato mitico-leggendario per l’antica e anonima città. Al contrario assumeva correttamente questo silenzio delle fonti come un “dato”, da leggere – e da spiegare – alla luce di quegli altri dati relativi alle origini e alla vita dell’insediamento ricavabili da un esame complessivo della cospicua documentazione archeologica restituita già ai suoi tempi dal sito di Muro Leccese, e in particolare dalla stratigrafia che egli stesso aveva potuto riconoscere sul terreno grazie a un intervento di scavo.
Da tale esame emergeva chiaramente, allo sguardo attento del Maggiulli, l’estrema povertà delle testimonianze archeologiche relative all’età romana, tardo-antica e alto-medievale, in confronto con la dovizia di quelle relative alle età precedenti, e specialmente a quella messapica.
Egli ne traeva la giusta conclusione che l’antica città esistente sul sito di Muro doveva esser stata distrutta in maniera radicale e definitiva, non, come sostenuto dagli eruditi locali, in piena età medievale, bensì in un’epoca anteriore all’affermarsi del “pieno dominio dei Romani in Terra d’Otranto” (p. 19).
Essa dunque – potremmo dire – aveva cessato di esistere, almeno come centro abitato significativo, prima che le fonti da cui Strabone, Plinio o Tolomeo attinsero le loro informazioni potessero registrarne, e dunque tramandarne, il nome.
Quanto al contesto e alle circostanze che avevano provocato la fine della città messapica, il Maggiulli, sulla base di un sintetico ma lucido esame delle fonti disponibili, avanzava l’ipotesi che essa fosse da attribuirsi, non alle lotte all’interno del mondo messapico né a quelle fra Greci e Messapi, ma piuttosto ai Romani e precisamente alle “prime guerre che sorsero fra Romani e Messapi”: da quella che una tradizione riportata da Livio collocava verso la fine del IV sec. a.C. a quella che, fra il 267 e il 266 a.C., aveva visto i ripetuti trionfi dei consoli romani “su Sallentini e Messapi” ed era culminata con la conquista romana di Brindisi.
A queste del Maggiulli, potremmo oggi aggiungere l’ipotesi che la rovina della città si sia verificata all’epoca della guerra annibalica; un conflitto che, come testimoniano le fonti e come sembrano indicare le recenti scoperte nell’area della “Porta a mare” di Otranto, dovette coinvolgere pesantemente anche i centri della penisola salentina.
Ma, benché egli non pretendesse di aver dato una risposta sicura all’enigma della scomparsa della città, e del ricordo stesso del suo nome, la via da lui indicata è certamente quella giusta sul piano del metodo.
Sta allo sviluppo delle indagini archeologiche sul sito antico di Muro, verificare la possibilità di datare con più precisione la fine della grande città messapica del IV secolo a.C., o magari dimostrarne la sopravvivenza in età romana, riaprendo così anche il problema del silenzio su di essa e sul suo nome nelle fonti antiche.
Finché forse il rinvenimento di un’iscrizione – messapica (?) – non verrà a rivelarci quale fosse stato, all’epoca del suo splendore, “il nome della città”.
Prof. Mario LOMBARDO
Direttore del Dipartimento di Beni Culturali
Università di Lecce
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